Isabelle Wery

Isabelle Wery



Isabelle Wéry, artista proteiforme, esploratrice del corpo, scrittrice riconosciuta per la sua capacità di reinvenzione della lingua, mi dà appuntamento in questo sogno a Skopje. Skopje, che non è una marca di birra, ma la capitale della Macedonia. Mi dà appuntamento sotto la statua di Alessandro Magno, ribattezzata su richiesta della Grecia: statua del guerriero a cavallo. Ai piedi della statua, una fontana e otto soldati di bronzo. Mi sono chiesto subito: perché mai darmi appuntamento qui se ci incontriamo puntualmente nella vita letteraria di tutti i giorni? Sento freddo, aspetto, mi chiedo cosa ci faccia ancora in questo incubo. Poi, come per magia, una donna dai lunghi capelli biondi, bella, bellissima, esce dall’acqua della fontana, con i tratti di Julie Delpy nella foto Blonde Venus di Pierre e Gilles, bella quanto Marlene Dietrich. È Isabelle Wéry avvolta da un manto di mille lucciole, che mi dice: caro Patrick Lowie, è un piacere averla qui, mi accompagni dal mio editore, le farò vedere il mio libro poi andremo a fare un giro. Informo i lettori di questa rubrica di ritratti onirici con la loro dolce miscela di empatia delirante, che Isabelle Wéry è anche cantante e attrice di teatro, che ha recitato centocinquanta volte Il monologo della vagina di Eve Ensler che, se non ricordo male, racconta l’incredibile storia  di un processo di stregoneria e di un magistrato istruttore che scopre per la prima volta l’esistenza del clitoride, capezzolo del diavolo. Lavorerò sul suo corpo, mi dice lei. Le rispondo hum hum che in genere non significa niente ma sottintende un rifiuto diplomatico. E a quel punto, senza sapere bene perché, le faccio la linguaccia. Amo troppo la lingua. Quella dai 18 muscoli. La voglio contorsionista. Che parli un linguaggio animale. Che schiocchi alle orecchie, umida e selvaggia. E che le parole si riversino dalla penna. Come un alcol corporeo. Sì, la scrittura, come un alcol corporeo. (1) Mi ha mostrato il suo libro nella libreria del suo editore. Poi ce ne siamo andati come monelli alla conquista dello spazio onirico, lei si è messa a cantare trascinandomi in volo. Abbandonare Skopje. Il decollo è un po’ violento, ma una volta passate le vertigini, voliamo serenamente, con estrema facilità, voliamo. Sorvoliamo circhi umani, circhi mistici, circhi anacronistici. Un uomo ci fa cenno, è René Hainaux, mi dice lei, c’è in tutti i miei sogni più belli. Sorvoliamo il Condroz, dei faggi e alcune betulle. Una fattoria. Lei è incerta, mi guarda e mi chiede: Sto morendo o sto rivisitando con distacco i vecchi luoghi? poi vola a più non posso senza aspettare una mia risposta. Vola troppo veloce, troppo in alto, mi distanzia. Le dico che non è il caso di aspettarmi. La vedo partire trasformata anche lei in una lucciola nella notte nera. Notte che si è impadronita dei nostri ultimi sogni. Una voce travestita da clitoride mi dice: basta parlare di lucciole o finirai come Plinio il vecchio, morto nell’eruzione del vulcano di Mapuetos. Scoppio a ridere svegliandomi in un turbine di praline.


(1) MARILYN DENUDATA, Isabelle Wéry, traduzione di Maria Stella Tataranni, Gremese Editore. (MARILYN DÉSOSSÉE, Isabelle Wéry, MaelstrÖm Éditions)


Il libro è in vendita in tutte le librerie d'Italia e da Feltrinelli


Sito delleditore di Isabelle Wéry consultabile on line


Traduzione : Irene Seghetti